La famiglia, la sincerità e la musica come terapia sono i punti saldi di Cassio

È una piacevole serata di primavera e l’aria di Trastevere dopo la pioggia diurna è frizzante ma accogliente. Il fermento delle strade romane è sempre un brusio di lingue e di culture differenti. Questo è il teatro che Cassio ha scelto per il suo live romano al CampoMagnetico.
Quando sale sul palco entra in una dimensione tutta sua, una dimensione in cui stasera ci ha dato il privilegio di entrare. Non è un mondo facile, in molti momenti Cassio ci prende per mano per mostrarci proprio il brutto di questo microcosmo, per conoscerlo davvero. Lo fa attraverso la sua musica, una commistione di suoni che sembra sempre in evoluzione.
E in effetti, Cassio ripete ogni nota dei suoi pezzi come se stesse cercando proprio lì, in quel momento, un nuovo sound. Nessun brano è uguale all’altro, a tratti si arriva a un elettronico che sembra trasportarci in un club di Berlino, tanto che nel pubblico qualcuno inizia a muoversi saltellando.
Tra un brano e l’altro Cassio aggredisce la chitarra con un furore che può nascere solo da quel qualcosa che ti fa sentire veramente vivo. E succedono anche cose assurde, tipo… si rompe una chitarra durante il live. Ma Simone, questo il suo nome di battesimo, lo sa affrontare con autoironia.

“Mamma” e il nuovo disco: intervista a Cassio
Ma facciamo un passo indietro. Prima di assistere al suo live, abbiamo avuto il piacere di farci due chiacchiere con Cassio. Potremmo dire che è stata una piacevole intervista, ma in realtà è assomigliata più a una seduta psicoanalitica reciproca, tanto che abbiamo iniziato il nostro dialogo parlando di pianto.
L’altro giorno mi sono fatta un pianto con la tua canzone, con Mamma, quindi grazie per il pianto liberatorio.
Quando mi dicono “mi hai fatto piangere” c’è una parte di me che pensa che è una cosa bella e un’altra parte di me che non riesce a decifrare questa cosa. Sono sempre un po’ in difficoltà.
Invece io credo sia una cosa positiva, ti permette di accedere a una parte di te più profonda, pre-conscia.
È una di quelle cose che a me fanno paura. Nel senso che trovarsi a piangere per qualcosa è come vomitare da ubriaco perché ammetti a te stesso che stai effettivamente in una situazione di merda. Certo, è liberatorio, ma fa paura tutto quello che c’è prima. Io non so nemmeno dirti quand’è l’ultima volta che ho pianto, non me lo ricordo, però di sicuro era una situazione davvero da piangere. E il prima del piangere lo senti arrivare, fa paura, è come quando senti arrivare un temporale o un treno. Dopo però vedi tutto con una lucidità più forte.
Volevo iniziare parlando proprio di questo singolo, di Mamma, che è il brano che anticipa quello che sarà il tuo secondo disco. È una lettera commuovente, personale e profonda a una figura così importante che si erge come un punto di riferimento. Puoi parlarci un po’ di come nasce questa canzone? E perché hai scelto proprio questa per anticipare l’album?
Non c’è un motivo preciso per cui ho scelto questa per anticipare il disco. Forse era un fatto di colori. Il disco si scosta spesso dai colori di “Mamma”, nel senso che è molto più orchestrale e musicalmente malinconico. “Mamma”, per quanto possa essere malinconico nella scrittura, a livello musicale è tutta in maggiore, è veloce, stempera, quindi a livello di colori si scosta molto da tutto il resto. Ho pensato che fosse una buona idea a marzo, quando ci sono i primi soli e gli ultimi freddi, far uscire questo brano perché lo sentivo adatto.
In realtà questa è l’ennesima canzone che provo a scrivere alla mi’ mamma. Tutte le altre non sono mai uscite, non usciranno mai, non mi ricordo nemmeno più come fanno, però sento il bisogno di cominciare a parlare di cose vicine a me.
Io ho cominciato tardi a scrivere in italiano solo da qualche anno e non sapevo come si facesse a scrivere nella mia lingua. In inglese invece è come se avessi una maschera. Mi sembrava che la cosa più onesta da fare fosse parlare di cose che conosco bene, quindi cose mie, infatti spesso ho scritto canzoni per la mi’ mamma, per il mio babbo, per i miei nonni. E queste sono canzoni che mi toccano particolarmente perché c’è tutta una storia dietro.
È vero che non basta una canzone per spiegare quello che hai addosso o quello che è una persona ma immagino che dentro di me ci sia un conflitto. Sono spaccato in due tra il ricordo della mia mamma e la mia mamma com’è adesso, nel senso che la mia mamma quando ero piccolo era un sergente, era indistruttibile, anche molto severa e apprensiva con me e i miei fratelli. E se la vedo adesso invece sembra più una bambina. Tutta quella forza che le vedevo addosso e intorno da piccolo si è trasformata in dolcezza, in leggerezza, in semplicità, la vedo sempre più semplice. E questa cosa in parte mi fa arrabbiare. Vorrei tanto abbracciarla ma invece avrei proprio bisogno che mi desse un segnale forte, che mi desse delle regole, che mi dicesse “stai sbagliando tutto, cazzo, devi fare così, non come stai facendo te!” e invece non l’ha mai più fatto. L’eterno bambino che esiste in me ne avrebbe bisogno.
Da piccolo pensi che un genitore può essere capace di risolvere qualsiasi cosa stai affrontando, ma la vita poi ti insegna che ci sono problemi che la tua mamma non può risolvere e questa cosa è il disastro della crescita per diventare un uomo, quando capisci che i tuoi genitori non sono Dio ma esseri umani incasinati almeno quanto te. Ti fa sentire più solo anche se loro sono sempre lì.

Il tema familiare e l’evoluzione artistica e umana di Cassio
Nel tuo precedente lavoro “19 luglio 1944” hai parlato di temi molto importanti e profondi: il senso di colpa, la sensazione di non essere adeguato al contesto in cui ci si trova, la centralità della famiglia. Questo nuovo disco invece su quali temi insiste maggiormente?
A tratti sì, c’è “Mamma”, c’è una canzone per il mio babbo, canzoni riflessive su questi temi. Ho cercato di spaziare di più e di trattare anche di argomenti diversi, di cose che vedo non necessariamente attaccate a me ma anche un pochino più lontane, però io ci leggo sempre la mia educazione, ci vedo sempre quella parte bambina che parla in tutto il disco. Magari non si rivolge a una persona della famiglia, ma è sempre il bambino che ha vissuto quella famiglia, quella città, a parlare.
Il senso di appartenenza che posso avere io è solo a questo, alla mia famiglia. Non mi sento appartenente a un cazzo di niente, a un quartiere, a un partito, a una squadra, a un’ideologia. Io mi sento orfano in questo senso. Mi sento appartenente solo alla famiglia mia e forse anche solo ideologicamente, perché a volte mi trovo a passare del tempo con la mia famiglia e mi sento inadeguato rispetto a loro. È come quando aspetti il Natale. Io sono legato tantissimo al Natale, lo aspetto come un bambino, ma poi mentre succede mi sento così triste che vorrei scomparire.

Che evoluzione c’è stata tra il tuo primo disco, il tuo secondo EP “Felice a metà”, e ora questo nuovo progetto, sia in Cassio l’artista che in Simone in quanto persona?
L’evoluzione di Cassio secondo me è a livello di concretezza. Il primo disco l’ho scritto mentre lo registravo. Ogni settmana arrivavo in studio che avevo scritto una canzone nuova, non la facevo nemmeno decantare, la si registrava subito. Il tempo, praticare con costanza una materia che sia il suonare, lo scrivere, ti rifinisce, ti appropri di cose più concrete.
Credo che l’evoluzione stia anche nella sincerità. Io fatico a digerire sia nella scrittura che nella musica poeti e artisti che girano attorno alle cose. A me piace mandare a fanculo chi deve essere mandato a fanculo secondo me e dire le cose sinceramente per quanto crude, sfacciate o infantili possano essere. Mi piace scriverle così. Ogni orpello in più è forzato. E questa è una costante tra il prima e adesso, solo che adesso spero di aver trovato modi più immediati per spiegare le cose che voglio dire.
Poi senz’altro la ricerca di tonalità, la ricerca del suono che mi appartenga un pochino di più. Registro tantissimo in casa per conto mio quindi ho tutto il tempo di sbagliare quante volte voglio, prima ne avevo di meno.
A livello umano boh, se ti dovessi dire che ho fatto un salto di qualità ti direi veramente una cazzata.
Una caratteristica distintiva della tua scrittura è la profondità e l’autoconsapevolezza introspettiva. Di questo nuovo disco, ci sono dei brani che ti hanno richiesto di guardarti dentro in maniera particolare? Se sì, quali sono?
Tutti quanti in realtà mi obbligano a guardarmi dentro. Ti dico la verità. Io non sto mai libero mentalmente. Mentre lavoro, mentre cucino, anche mentre dormo, sono sempre alla ricerca di qualcosa, a rielaborare qualcosa che ho scritto durante la giornata. Sono sempre alla ricerca di qualcosa, di qualche angolo dentro di me che non ho pulito e sono gelosissimo di questa cosa perché secondo me è importante. È chiaro che è doloroso scavare dentro di sé sempre: non puoi scavare senza farti male, però è indole. Non è arte, è proprio terapia. Quindi di qualunque cosa parli in questo disco, per me qualsiasi cosa è stata terapia, sempre. Questo te lo posso giurare.
Non guardarsi dentro, non scrivere, per me fa marcire i pensieri dentro. Puoi provare a nascondere la merda sotto al tappetino ma alla fine ne sentirai sempre la puzza e ti accompagnerà sempre: quando vai a fare la spesa, quando vai sull’autobus, quando vai a cena fuori o a bere. Il far finta che questa cosa non esista per me è veramente difficile. Sono stato 2/3 anni senza scrivere e senza prendere nemmeno la chitarra in mano e mi sono sentito veramente male, vuoto. Se sto tre giorni senza scrivere qualcosa, senza aver un’idea di un suono in testa, una melodia, una frase, io divento la persona peggiore del mondo.
Il ritorno alla dimensione orchestrale
Prima hai detto che hai iniziato tardi a scrivere in Italiano quindi volevo chiederti la differenza tra la scrittura in una lingua straniera e nella tua. Chi inizia a scrivere in una lingua straniera di solito dice che passare all’italiano diventa liberatorio perché finalmente si hanno le parole per esprimere in maniera completa i propri pensieri, per te invece sembra quasi il contrario. Come mai?
Il mio orecchio è da sempre rapito dalle melodie, mi piacciono tantissimo ad esempio le melodie anni Cinquanta, ma l’italiano si presta pochissimo a questa roba qua. L’italiano è più parole, morfologicamente è dura come lingua, è meno incline alla melodia mentre l’inglese è “liscia”, ti permette di dire una stronzata e farla sembrare una cosa veramente bella. L’italiano no. Se dici una stronzata rimane una stronzata.
Tu sei uno che con i suoni sperimenta molto. Nella tua musica sei passato da sonorità punk al rock fino al gipsy-psichedelico. In base a cosa cambia il sound dei tuoi pezzi? Si lega al significato del brano o nasce più da un tuo desiderio di sperimentare?
Cambia a seconda del brano. Ci sono delle canzoni nelle quali la scrittura segue il sound, nel senso che un giro di accordi semplice e stupido ti fa il colore della canzone. Anche ai ragazzi che suonano con me io parlo in colori, dico “questo è blu, lo senti?” e questo l’ho sempre fatto. A volte il testo segue quella cosa lì e a volte, invece, se ho già tutto il testo scritto cerco di trovare un mood, un tempo, una velocità, che permetta di trasmettere quel testo. Quelle sono pomeriggiate col chitrarrino sul divano, chiunque viva con me gli viene in vomito a vedere un tizio tutto il pomeriggio sul divano col chitarrino…
E in questo album ci sono più canzoni nate prima dal testo o prima dal suono?
Prima dal testo.
E dal punto di vista compositivo e, appunto, di sound, cosa possiamo aspettarci da questo tuo secondo album in studio?
Ultimamente sto vivendo un ritorno alle cose come le facevo prima, quando avevo una band, si chiamava La Maison, si suonava un botto di strumenti: fisarmonica, violoncello, violino, mandolino, il clarinetto… Era quasi un’orchestra. E questa cosa dell’orchestra mi fa volare, scrivere tutte le parti per i diversi strumenti. Quindi di sicuro rispetto a prima esiste qualcosa che è più “invecchiato” nel sound, nostalgico nel senso di qualcosa che si è già sentito, non ieri ma dal passato.
C’è questa cosa dell’orchestra, alcune canzoni non hanno nemmeno la linea di basso o la batteria perché hanno già un senso così, e aggiungere significherebbe snaturarle. Il fil rouge del disco è proprio questa cosa orchestrale, quasi in bianco e nero. Il sound è da bianco e nero o da colori sbiaditi, ma sbiaditi dal tempo. Poi alcune canzoni prendono colore con quello che si dice, il testo può essere anche molto contrastante con il suono, magari il testo è più “ignorante” rispetto alla sonorità da orchestra.